giovedì 27 luglio 2017

Enemy (Denis Villeneuve, 2013)

«Il caos è un ordine da decifrare.»
Quando mi imbatto nell'adattamento cinematografico di un romanzo che ho letto, ho sempre paura che l'impianto visivo del film vada a ricoprire l'immaginario sedimentatosi faticosamente durante la lettura. Ciò che le pagine del libro sono state capaci di creare nel mio (scarso) cervello infatti mi sembra infinitamente più prezioso e variegato, forse perché conquistato con maggiore sforzo, della visione passiva di immagini che rappresentano il prodotto finito della fantasia di qualcun altro. In fondo per guardare un film basta lasciarsi andare, mentre la lettura richiede un impegno attivo, una coscienza ben desta e un maggiore dispendio di tempo.

Nel caso di Enemy il rischio di sovrapposizione mi sembrava particolarmente alto, perché da poco avevo terminato la lettura de L'uomo duplicato di José Saramago da cui il film è tratto. Da molto tempo non capitava che un romanzo mi coinvolgesse così tanto, dunque l'idea di sovrascrivere l'articolato universo dello scrittore portoghese con una serie di screenshot preconfezionati non mi piaceva per niente, nonostante fossi ben consapevole di avere a che fare con Denis Villeneuve, uno dei registi che più mi hanno conquistato negli ultimi anni. Ma l'ingenuità delle mie preoccupazioni doveva necessariamente scontrarsi con la constatazione che nel cervello umano trovano spazio più informazioni di quante potrebbe contenerne un floppy disk, e che la persistenza della memoria non funziona, evidentemente, per cancellazioni e aggiornamenti successivi alla stregua di un sistema operativo. Terminata la visione, con un certo sollievo mi sono reso conto, com'era logico aspettarsi, che film e libro occupavano zone di memoria del tutto distinte e indipendenti.


E ancora non avevo fatto i conti con la personalissima visione che Villeneuve, come se non lo sapessi, riesce a imprimere, nel bene e nel male, ad ogni sua opera. Enemy è un film teso, cupo e intriso di una seriosità opprimente, aspetto quest'ultimo che possiamo ritrovare in ogni suo film, e che a mio parere rappresenta il punto più debole nello stile del regista canadese. Il direttore della fotografia Nicolas Bolduc, facendosi fedele interprete di questo approccio severo, ha imbevuto di grigio e di giallo ogni frame, dando vita a una Toronto austera, spettrale e perennemente immersa in una caligine vagamente minacciosa, complice anche una colonna sonora "da camera" dove domina il canto allarmato di un oboe (o almeno credo). Impossibile, insomma, confondere la città di Enemy con la Lisbona (ma qui è la mia immaginazione a parlare, perché Saramago allude soltanto a una vasta metropoli) de L'uomo duplicato, tentacolare e dispersiva ma anche accogliente e foriera di incontri.


Ma al di là dell'ambientazione, è la narrazione stessa a essere radicalmente diversa. Se la bellezza dello stile di Saramago stava nella capacità di dilatare all'infinito una vicenda tutto sommato banale (nel senso di semplice, non di ordinaria) con digressioni, divagazioni e note a margine che finivano per costituire la vera essenza del libro, Villeneuve si concentra invece sulla vicenda esteriore dell'uomo che si imbatte nel suo doppio, senza soffermarsi troppo sulle implicazioni psicologiche che un simile incontro produce sulle parti in causa. Si ha infatti la sensazione che, nonostante la ricchezza inesauribile del capolavoro a cui si è ispirato, lo sceneggiatore Javier Gullón abbia faticato non poco a trovare materiale buono da essere filmato, come se cammin facendo si fosse reso conto che la sostanza dell'opera non era appunto da ricercare nella trama ma piuttosto nei moti dell'animo del protagonista, ben più difficili da rendere su schermo a meno di ricorrere, forse, a una voce narrante.

Non che mancassero gli elementi per farne, invece di una storia di formazione, un thriller teso e seducente (pur con ritmi molto lenti Saramago è un maestro della suspense) ma a quanto pare si è preferito sorvolare sia sulle ricerche che portano il protagonista a compiere l'inattesa scoperta, sia sul senso di smarrimento che questa insolita indagine produce nella rassicurante routine del professore, per affrettare l'inevitabile faccia a faccia tra l'originale e il suo Doppelgänger, cedendo così alla fascinazione di avere il più presto possibile due Jake Gyllenhaal nella stessa inquadratura quando sarebbe stato ben più avvincente esplorare gli effetti psicologici e per così dire esistenziali di un incontro tanto singolare. D'altra parte, non necessariamente l'aggiunta di un livello di complessità (un attore che interpreta un professore che a sua volta ha un attore come doppio) produce un aumento proporzionale della profondità di un testo.


Ciò di cui ho sentito di più la mancanza rispetto al libro, però, è lo sgomento del professore di storia nel momento in cui realizza che gli è stata tolta l'unica certezza che ancora poteva infondere un po' di calore alla sua misera vita - quella di essere, nonostante tutto, un essere vivente unico e insostituibile, il risultato di una congiuntura di eventi forse irrilevanti ma di certo irripetibili, e per questo carichi di significato e di mistero. A esser giusti Gyllenhaal è molto spesso sgomento, e modula anche molto bene la differenza di indole e di reazione dei due personaggi speculari che interpreta - dove il professore di storia è goffo e tentennante l'attore di cinema ostenta postura eretta e spalle belle larghe, dove l'originale incespica e farfuglia la sua copia conforme si esprime con frasi dirette e incisive - ma lo sgomento che ha dipinto in volto non può in alcun modo restituire la dolorosa consapevolezza della propria riproducibilità. L'inserimento di alcune sequenze oniriche, visivamente pregevoli ma cariche di un simbolismo eccessivo e poco attinenti alla vicenda, non fa che confermare l'esilità di una sceneggiatura che, non azzardandosi a tradire la maestà del manoscritto originale, non trova altra soluzione se non quella di produrne un riassunto annacquato. Tradire l'originale è non solo lecito ma spesso anche consigliabile, a patto di avere qualcosa di alternativo da proporre.

Pur essendo senz'altro il più debole della produzione di Villeneuve (non mi esprimo su Un 32 août sur terre Polytechnique, che non ho visto) Enemy rimane comunque un film, se non emotivamente coinvolgente, per lo meno visivamente intrigante. Le inquadrature sono, come sempre, curate nei minimi dettagli, così come i movimenti della macchina da presa. La scelta dei colori predominanti di ogni scena sfiora addirittura l'ossessione: benedetto sia il collutorio che con il suo azzurro chiassoso squarcia l'alone giallastro che avvolge ogni cosa, e benedetto sia anche il casco da motociclista rosso fiammante che interrompe la grigia monotonia degli edifici di vetro e cemento. Il finale, che già nel libro mi era sembrato affrettato e, nonostante le circostanze più che eccezionali, improbabile, è stato mantenuto tale e quale; meglio sarebbe stato riservagli la stessa sorte della barba posticcia che serve al professore da rozzo travestimento.

L'ultimissima inquadratura ci fa ripiombare in piena atmosfera onirica, ma è difficile dire che rapporto abbia con tutto ciò che abbiamo visto fino a quel momento. I titoli di coda, stavolta di un giallo roboante, sono accompagnati da "After the lights go out" dei Walker Brothers, che fa virare l'umore del film verso più liete disposizioni; ma è assai troppo tardi, ahimè, per scrollarsi di dosso lo spleen dei novanta minuti che li hanno preceduti.

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