sabato 1 aprile 2017

La cura dal benessere (Gore Verbinski 2016)


Alla vigilia di un'importante fusione societaria il neo promosso manager Lockhart viene incaricato di recarsi presso un sanatorio sulle Alpi svizzere dove il signor Pembroke, l'amministratore delegato della società finanziaria per cui lavora, è ricoverato già da diverso tempo. Le condizioni di salute dell'anziano CEO non sono note, ma a giudicare da una lettera autografa ricevuta qualche giorno prima sembra aver smarrito il senno, cosa che desta viva preoccupazione nelle alte sfere dirigenziali dal momento che una sua assunzione di responsabilità in relazione a passate malversazioni sarebbe fondamentale per la buona riuscita dell'operazione. Durante la riunione del consiglio di amministrazione tuttavia Lockhart esprime qualche perplessità sull'opportunità di intraprendere un simile viaggio, vista la sua scarsa familiarità con il capo supremo, ma una dirigente particolarmente velenosa gli fornisce quella che in sceneggiatura viene chiamata motivazione: «Signor Lockhart, si è mai ritrovato un bastone nero di trenta centimetri su per il culo? PRIGIONE, mio caro!» L'argomentazione è ineccepibile e Lockhart zompa prima di subito sul primo aereo per la Svizzera.

Molti pregi e difetti de La cura dal benessere sono già contenuti in questa scena iniziale. La riunione si svolge ai piani alti di un grattacielo di New York, ma non è la New York che conosciamo, formicolante di vita e di colori, sembra piuttosto un conglomerato irriconoscibile di vetro e cemento immerso in un'atmosfera plumbea, dove gli unici segnali di vita sono i neon spettrali che illuminano gli uffici semideserti. Le inquadrature, mai banali e spesso portatrici di significato, non fanno che accrescere il senso di inquietudine, rimarcando l'estraneità dell'uomo rispetto a una trappola architettonica di cui egli stesso è artefice. Ritroviamo la stessa cura compositiva e lo stesso gusto per l'astrazione nella parte ambientata in Svizzera, dove le scene memorabili non si contano: il talento visionario di Verbinski ci regala lo spettacolo incredibile del massiccio alpino che si specchia sulla superficie lucente di un treno in corsa, per poi portarci lungo tornanti mozzafiato costeggiati da alberi sempreverdi, su fino al maestoso sanatorio che domina la vallata. L'inquietudine non fa che aumentare quando la macchina da presa penetra nei meandri del sinistro edificio, affidando alla superficie convessa dell'occhio di un cervo imbalsamato il compito di prefigurare l'orrore che verrà. Sono immagini evocative e bellissime che già da sole giustificano una visione.

Ma La cura dal benessere non è soltanto immagini meravigliose e inquadrature audaci, è anche "un bastone nero di trenta centimetri" eccetera eccetera, ed è questo il primo difficile scoglio da superare. Se la vocazione da B-movie fosse conclamata forse sarebbe più facile da accettare, ma a parte questa breve avvisaglia, che si potrebbe attribuire a uno scivolone di sceneggiatura o a un'ebbrezza traduttiva, nulla fa presagire la deriva horror-erotica che caratterizza la seconda parte (ho in mente una lavanda gastrica non esattamente benefica, una scena di tortura sconvolgente quanto insensata, una tentata deflorazione con tanto di degustazione olfattiva e altro ancora). Ora, non ho nulla in contrario ai B-movie né ai repentini cambi di tono nel corso di un film*, ma quando il tuo thriller psicologico anticapitalista si trasforma nella rivisitazione formato blockbuster di Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete!!! allora capisci che c'è qualcosa che non funziona. Tanto valeva assegnare la parte del primario direttamente a Udo Kier anziché al suo sosia Adrian Schiller. Ma fin qui, tutto sommato, siamo ancora nel regno dell'accettabile. Non volevamo la salsa trash sulla nostra insalatina psicologica? Pazienza, ce ne faremo una ragione, a patto che la storia segua un minimo di filo logico. Ma ahimè, la storia zoppica come il suo sfortunato protagonista.

(Spoiler di qui in avanti)

Quel gigantesco spoiler che è il titolo del film non lascia dubbi sugli scarsi benefici della Cura che viene propinata ai pazienti del sanatorio, come potrà constatare lo stesso Lockhart, ospedalizzato suo malgrado in seguito a uno spettacolare scontro con un esemplare della fauna locale. Resta da capire in che cosa consista esattamente questa terapia prodigiosa e quale sia lo scopo di una spa per miliardari viziati e sani come pesci dove si spaccia per toccasana un'acqua termale che a lungo termine produce lo stesso effetto di una di quelle bevande letali che vengono somministrate in tutt'altre cliniche svizzere. Che dietro questa storia si nasconda un'allegoria di quella lenta eutanasia che molti si autoinfliggono scegliendo di vivere una vita inautentica e vuota, all'insegna di uno splendido quanto sterile isolamento? O forse Verbinski sta cercando di dirci che stiamo tutti diventando dei malati immaginari, schiavi di un'industria che ci chiede di abdicare all'esercizio della ragione in cambio di un benessere fasullo fatto di bagni termali, tisane miracolose e diete rigorose quanto dannose?**


Niente di tutto questo. Ciò che preme a Verbinski è mostrarci cosa succede quando a un individuo perfettamente sano viene inoculata per via orale una massiccia dose di anguille fameliche, un'eventualità che personalmente non avevo mai preso in considerazione. Ad ogni modo, quello che succede è che il soggetto diventa docile come un agnellino, e dopo un certo numero di trattamenti è talmente soddisfatto del suo stato di salute che non desidera altro se non prolungare il suo soggiorno in clinica, nonostante i denti inizino a marcirgli in bocca e a livello sottocutaneo si agitino dei parassiti vermiformi. Qualche volta può anche capitargli di fluttuare dentro vasche di liquido amniotico, quando non è troppo impegnato a rilasciare false dichiarazioni alla polizia s'intende, e nei momenti di relax tra una flebo di anguille e l'altra il team dell'ospedale saprà coinvolgerlo nella realizzazione di affascinanti coreografie acquatiche. Quello che il paziente non sa è che la struttura in realtà è un laboratorio in vivo dove da circa due secoli il perfido direttore sovrintende alla distillazione di un elisir di eterna giovinezza che consente a lui e alla sua illibata figliola, avuta dal matrimonio con la defunta sorella, di mantenersi in perfetto stato di conservazione. A quanto pare il tempo non ha sopito le sue abitudini incestuose, anzi, ora che la figlia è entrata nella maturità sessuale vorrebbe unirsi a lei carnalmente in modo da mantenere intatta la purezza della stirpe. Mi seguite?

Se disponete di una sinossi migliore vi prego di farmelo sapere, perché per quanto mi riguarda trovare un senso, uno qualunque, in questa storia è un'impresa vana. Cosa c'entrano le anguille con l'immortalità? In quale modo il lento degrado fisico cui vanno incontro gli ignari pazienti dovrebbe servire a sintetizzare il miracoloso preparato? Perché il padre della ragazza le ha inibito le mestruazioni per due secoli, se il suo intento era avere un figlio da lei? E ancora: com'è che Lockhart passa in tempo zero da una giusta diffidenza nei confronti della Cura ad acconsentire a farsi rinchiudere sul fondo di una cisterna metallica colma d'acqua con soltanto un boccaglio malfermo a tenerlo attaccato alla vita? Ma soprattutto, era proprio necessario imbastire una storia così demenziale e complicata allo stesso tempo? Domande tanto più esasperanti quanto più inutilmente verbose sono altre scene perfettamente comprensibili, prima fra tutte quella che si svolge alla stazione di polizia dove Lockhart cerca rifugio, un attimo prima di realizzare di essere finito nella tana del lupo. Che la polizia sia in combutta con la direzione della clinica è evidente, allora perché c'è bisogno che il direttore fornisca al gendarme le prove della pazzia di Lockhart, chiamando addirittura a testimoniare Pembroke, temporaneamente riesumato dalla sua vasca amniotica? La cosa triste è che, mentre il mio (esiguo) cervello si arrovellava alla ricerca di spiegazioni, i miei occhi facevano festa, ammaliati da una regia esuberante e mai a corto di idee e invenzioni. Un vero peccato che la sceneggiatura sia carta straccia.


Ricapitolando, La cura del benessere è due film insieme. Il primo parla di un ragazzo in carriera ammalato di potere che è convinto di essere sano ma in realtà è marcio fino al midollo. Il secondo è la storia sgangherata di uno scienziato folle un po' dottor Mengele e un po' barone von Frankenstein che insegue la chimera della vita eterna e della purezza della stirpe usando come cavie gli ospiti di un centro benessere sulle montagne svizzere. Ma più di ogni altra cosa è la storia di un regista folle, del suo esperimento di fondere insieme due film geneticamente incompatibili e della creatura affascinante e mostruosa che nasce da questo improbabile innesto. Un film schizofrenico, imperdibile eppure inguardabile, impossibile da sconsigliare come da consigliare. Come sia potuto uscire indenne dalle varie fasi della produzione senza che nessuno alzasse timidamente una mano e obiettasse, "ma le anguille, di grazia, che cazzo significano?" è un mistero destinato a rimanere tale.



*Ricordo di essere rimasto piacevolmente shockato dalla carneficina che si consuma in una sauna affollata di mafiosi russi circa a metà de La promessa dell'assassino di Cronenberg, un cambio di registro brutale ma per nulla forzato che ammiccava al body horror di cui erano intrisi i suoi precedenti film.

**Dice Groucho, l'assistente di Dylan Dog: "La medicina ha fatto tali progressi che non esiste più una persona sana al mondo".

2 commenti:

  1. Madonna quella scela de La promessa dell'assassino. Un capolavoro che, hai ragione, non stona per nulla all'interno del film. Ma d'altronde Cronenberg non è Verbinski, aggiungo per fortuna.

    Che dire, comunque, concordo con te. Anzi, a furia di vedere anguille ad un certo punto mi sono girata verso il mio compagno di visione e gli ho sussurrato: "Ma secondo te adesso arriva Valeria Marini?". Perlomeno abbiamo riso molto.

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    1. Ahahah e non sarebbe stato neanche il colpo di scena più scioccante. Anch'io e i miei compagni abbiamo riso parecchio, anche se durante la scena del bastone non stavamo ancora ridendo, eravamo soltanto allibiti.
      Cronenberg è sicuramente più abile con gli innesti, anche se forse Verbinski avrebbe il potenziale per fargli degna concorrenza... magari con un'altra sceneggiatura.

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