La saggezza comune vuole che ogni opera d'arte conservi le tracce del suo autore, rivelandone interessi, debolezze, ossessioni. Non si può scrivere un libro, comporre una canzone, dipingere un quadro senza parlare in qualche misura di se stessi. Vale lo stesso per i film? La domanda è lecita, soprattutto quando un film è il prodotto di talenti diversi ed eterogenei come nel caso delle grandi produzioni: quando sceneggiatura, fotografia, montaggio, scelta del cast, interpretazione, scenografia sono in mano a persone diverse, è più difficile attribuire il risultato finale ad un'unica volontà, stabilire se esso rispecchi o meno una visione artistica distintiva, unica, inconfondibile; in altre parole, è più difficile individuare l'autore dell'opera. E nel caso di Animali notturni questa difficoltà è massima, perché del regista e sceneggiatore Tom Ford, già noto per il suo precedente A single man, nasconde non meno di quanto riveli.
Susan, gallerista e collezionista d'arte di successo, sta attraversando un periodo di profonda crisi con il marito Walker, un affascinante e pragmatico uomo d'affari con il quale condivide una sfarzosa dimora arredata nei minimi dettagli e costellata di opere d'arte. "Condivide" è la parola giusta, dal momento che i due coniugi raramente occupano la stessa stanza, e quando questo capita la conversazione si arena ben presto in un deserto di incomprensione e freddezza. La macchina da presa si adegua a questo clima di tensione isolando Susan in un rettangolo di solitudine che il marito si guarda bene dal valicare, preso com'è dai suoi viaggi d'affari che poi forse tanto d'affari non sono. Quando però le viene recapitata la bozza di un romanzo dedicatole dal suo ex marito Edward, le si spalanca davanti l'abisso di come avrebbe potuto essere la sua vita se in un momento cruciale non avesse barattato la creatività ingenua ma autentica di Edward con la rassicurante solidità priva di slanci che le offriva Walker.
