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martedì 29 gennaio 2019

La Favorita (Yorgos Lanthimos 2018)


Avrebbe potuto restare nella sua zona di comfort e raccontarci una storia di alienazione, perversione, disumanità come solo lui sa fare. Chiedere agli attori di recitare come automi, dimenticare cosa significa essere umani, parlare di tutto fuorché di emozioni, e ridere soltanto quando è fuori luogo, come i conigli borghesi di Inland Empire. Rappresentare il sesso come una mera funzione biologica priva di qualunque trasporto, fuorché per brevi spasimi disperati. E avrebbe potuto filmare tutto questo con occhio cinico e spietato, con la freddezza del campo lungo e immobile, e rinunciando all'intimità del primo piano e alla vitalità della macchina mobile. Ma Lanthimos ha deciso di andare oltre, sfidarsi, avventurarsi in terra straniera come la protagonista di quello che non so più se considerare il suo film più bello. E ha scelto di spostarsi nel diciottesimo secolo per raccontare la storia di una regina tormentata e annichilita dagli anni, sul cui volto pure si accendono rari, luminosi sprazzi di felicità, e della sua relazione con una donna più abile a governare di lei, ma altrettanto incapace di riconoscere l'opportunismo che si annida nel cuore di chi ha perso tutto ed è disposto a sacrificare la propria dignità per riacquistarlo.

venerdì 23 dicembre 2016

È solo la fine del mondo. Ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad odiare Xavier Dolan

È solo la fine del mondo.
C'è una barzelletta di Groucho, il vassallo di Dylan Dog, che recita più o meno così:

- Sai che sono capace di giocare dieci partite a scacchi contemporaneamente?
- Perbacco! E come ci riesci?!
- Le perdo tutte e dieci.

La barzelletta mi è tornata in mente durante i titoli di coda di È solo la fine del mondo, mentre osservavo che Xavier Dolan ha lavorato a questo film in veste di:

- regista
- sceneggiatore (da una storia di Jean-Luc Lagarce)
- consulente costumista
- curatore dei sottotitoli in inglese
- curatore della colonna sonora non originale
- montatore.

Può anche darsi che mi sia perso qualcosa eh. Comunque, a parte il fatto che perfino Hitchcock delegava qualcosina ogni tanto, quello che conta alla fine della fiera non è tanto il numero di palline che il giocoliere è capace di far roteare, ma la qualità dello spettacolo. E riguardo alla qualità dell'ultimo spettacolo di Dolan purtroppo le notizie non sono buonissime.

Ma facciamo un passo indietro.

Quattro o cinque anni fa un carissimo amico mi raccomandò la visione di Ho ucciso mia madre (2009). Si trattava, mi disse, del film di esordio di un ventenne regista canadese, una promessa del cinema mondiale, un autentico enfant prodige oltre che terrible, espressioni queste che in seguito avrei ritrovato più e più volte associate a Xavier Dolan. Ebbene, seguii il consiglio del mio amico e trovai il film... carino, né più né meno. La regia per la verità mi sembrò piuttosto piatta, ma in compenso mi conquistarono l'esuberanza ingenua dei dialoghi ed il coraggio con cui veniva affrontata l'omosessualità evidentemente autobiografica del protagonista, interpretato dallo stesso Dolan. Diciamo che per essere un'opera prima, e in più di un regista così giovane effettivamente non era male. Il mio giudizio sarebbe stato lo stesso se il film fosse stato un'opera quarta, o se il regista avesse avuto qualche lustro di più sul groppone? Assolutamente no, l'avrei liquidato senza tante subordinate concessive. Dopodiché, impegnato com'ero a seguire altri registi che mantenevano oltre che promettere, cosa che apprezzo molto in quanto essere umano con un'aspettativa di vita non illimitata, mi dimenticai di Xavier Dolan e della sua promettente carriera.

sabato 12 novembre 2016

Io, Daniel Blake (Ken Loach 2016)


"Altro che film, questa è la vita vera..." è il commento di un signore seduto dietro di me. Forse nessun regista come Ken Loach è capace di suscitare una reazione emotiva così prepotentemente irrazionale nello spettatore. Ciò che vediamo sullo schermo non è semplicemente un film, ma un pezzetto di vita rubato ai suburbi anneriti delle città inglesi - o almeno questa è l'impressione. Certo, siamo consapevoli che protagonisti e storia possono essere frutto di invenzione, ma le dinamiche appaiono sempre molto ben radicate nel contesto sociale ed economico in cui i personaggi si muovono, contesto in cui natura e necessità solitamente sembrano avere la meglio sui disegni capricciosi del caso. Dei personaggi di Loach non avremo mai occasione di chiederci, come Nanni Moretti, "ma queste sigarette, questi vestiti, come se li sono procurati?" perché fin dal principio risulta molto chiaro di che cosa campano, che cosa mangiano, che tipo di contratto di locazione hanno stipulato, e anzi tutti questi elementi costituiscono il centro stesso della storia.

Questa storia parla di Daniel, carpentiere vedovo alle soglie della terza età costretto ad un periodo di riposo forzato dai cantieri a causa di un infarto. Ma è solo l'inizio dei suoi problemi: la richiesta del sussidio di invalidità approvata dal medico curante viene respinta dall'assicurazione sanitaria, che invece ritiene Daniel abile al lavoro (una situazione per certi versi simile a quella di Sonia Bonet ne Il mostro dalle mille teste). Gli si aprono due possibilità ugualmente indesiderabili: fare ricorso contro l'assicurazione, con tempi lunghissimi ed esito incerto, oppure richiedere allo Stato il sussidio di disoccupazione, con l'implicita ammissione di idoneità al lavoro e il conseguente obbligo di ricerca attiva e verificabile di un impiego che non è in condizioni di svolgere.