Ero impaziente di vedere questo Knight of cups, sia perché un film di Malick comunque la si metta è sempre rilevante, sia perché ero curioso di vedere se fosse riuscito ad affrancarsi dal fastidiosissimo To the wonder, che all'epoca interpretai come una solenne quanto fiacca scimmiottatura del precedente e forse inarrivabile The tree of life. Quello che mi sono trovato davanti è un film in equilibrio precario tra prevedibilità e novità, ripetizione di forme già viste e sperimentazione di nuovi percorsi, banalità e profondità.
Malick ci racconta la storia di uno sceneggiatore di mezza età (un disorientatissimo Christian Bale) che cerca di lasciarsi alle spalle l'universo mondano in cui ha sempre sguazzato per recuperare una dimensione più autentica dell'esistenza. Reduce da un matrimonio fallito e ora impegnato nell'ennesima relazione che non riesce a far decollare, si sforza di ricomporre l'intricato puzzle della sua vita, che gli appare come una sequenza insensata e caotica di avvenimenti, puntellata da una traballante figura paterna e dalla presenza intermittente di un fratello irrequieto e instabile. In estrema sintesi è questa la trama, eppure è come se non avessimo detto nulla, perché raccontare quello che succede in Knight of cups è un po' come cercare di descrivere una casa di Gaudì parlando dei pilastri che la sorreggono.
