Dogman, che bel nome, si direbbe appartenere a un supereroe. E
chissà, forse non siamo così distanti dalla realtà, dopotutto qualcosa di
eroico effettivamente c'è nella vita di Marcello, titolare e unico gestore di
uno scalcinato salone di bellezza per cani alla periferia di una città del
litorale laziale. Mingherlino e curvo, gli occhi scavati e vagamente
imploranti, non sembra tagliato per nessun lavoro, figuriamoci per quello di
toelettatore di cani, in cui è necessario un certo nerbo se non si vuol essere
ghermiti dai propri clienti. Eppure in qualche modo Marcello ce la fa, si
arrabatta, si ingegna, compensa con la sensibilità e la pazienza dove non
arriva con il talento, come il calabrone del proverbio, che pur inadatto al
volo, vola tuttavia. E quando i miseri proventi della sua attività non bastano
a sostentare se stesso e la figlia piccola avuta da una relazione che, si
intuisce, deve aver conosciuto vita brevissima, allora si improvvisa
spacciatore di piccolo taglio, oppure offre la propria stolida complicità ai microcriminali
che popolano la malavita locale. Vaso di coccio tra tanti vasi ferro, in
qualche modo riesce a tirare a campare e, nei momenti migliori, a portare sua
figlia in vacanza in luoghi dove il mare non è soltanto un confine che annulla
ogni speranza di fuga, una forza anonima che consuma la volontà e arrugginisce
lo scheletro di ferro dei palazzi in rovina, ma un elemento vivo, in cui
immergersi e trovare rifugio dalla miseria della Storia.
