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venerdì 13 luglio 2018

Il sacrificio del cervo sacro (Yorgos Lanthimos 2017) - Recensione


Lanthimos torna nelle sale con quello che è forse il suo film più accessibile, oltre che quello in cui si riconoscono meglio le sue ispirazioni e i suoi maestri. Per la sceneggiatura di Sacrificio il regista greco si è avvalso ancora una volta della fruttuosa collaborazione di Efthymis Filippou, che in passato ha reso possibile lavori come Kynodontas, Alps e The Lobster, esempi paradigmatici di quella new wave greca nata alla fine degli anni Duemila che è probabilmente una delle correnti cinematografiche più sorprendenti che abbiano visto la luce nel nuovo millennio.

Al centro di Sacrificio c'è una famiglia benestante, lui cardiologo (Colin Farrell) lei oftalmologa (Nicole Kidman) con due figli. Quando questi ultimi iniziano a manifestare i sintomi di una misteriosa malattia degenerativa senza che alcun luminare possa porvi rimedio, i genitori cominciano a prendere sul serio i vaticinî di un ragazzino che scopriamo in seguito essere il figlio di un paziente del padre non sopravvissuto a un intervento a cuore aperto. Latore di una giustizia superiore che ad ogni crimine fa corrispondere un tributo ad essa commisurato, la richiesta (o la profezia) del ragazzino è molto semplice: la maledizione avrà fine soltanto quando il padre sacrificherà un membro della propria famiglia come risarcimento per l'errore commesso in sala operatoria.

lunedì 26 marzo 2018

Annientamento (Alex Garland, 2018) – Recensione


Ho visto Annientamento, l'ultimo film del regista Alex Garland, comodamente sdraiato sul divano. Forse non è una grande notizia, ma personalmente è l'ultima maniera in cui mi sarei aspettato di vedere il nuovo e per me attesissimo lavoro del creatore di Ex Machina, uno dei film di fantascienza più interessanti e concettualmente densi degli anni 2000, una sintesi perfetta di effetti speciali tanto riusciti quanto scevri di qualunque esibizionismo (gli valsero l'Oscar), personaggi finemente caratterizzati e splendidamente interpretati, il tutto sorretto da una sceneggiatura a orologeria con qualche venatura di assurdo a controbilanciare la grazia asettica dei luoghi e il tenore filosofico dei dialoghi – insomma, tutto ciò che si può chiedere al genere fantascienza concentrato in un'ora e tre quarti.

Recentemente, ripensando a quel film, mi sono chiesto: avrei apprezzato allo stesso modo le trasparenze della bionica protagonista, il contrasto straniante tra l'eleganza del laboratorio e il rigoglio della foresta di là dai vetri, l'irrompere inaspettato delle luci psichedeliche, se invece che in sala avessi visto Ex Machina sullo schermo castigato di un laptop o su quello, quantunque HD, di una televisione? No, ne sono sicuro: la visione ne avrebbe risentito pesantemente, addomesticata da un formato che in nessun modo avrebbe potuto rendere giustizia del lavoro meticoloso di regista, attori, scenografi, tecnici del suono e delle luci, e via dicendo. A mio parere non c'è nulla che possa sostituire l'esperienza in sala, e anzi ci sono film che non andrebbero visti se non in sala. C'è qualcosa di delittuoso nell'infilare un DVD di Kubrick, Lynch, P. T. Anderson nell'alloggiamento di un portatile, anche se mi rendo conto che in molti casi è l'unica opzione disponibile, a meno di non essere disposti ad un'attesa indefinita e potenzialmente infinita: ho dovuto aspettare trentatré anni per godermi l'odissea di Kubrick in tutto il suo abbacinante splendore, ma l'attesa è stata pienamente ricompensata. Una visione troppo romantica del cinema? Può darsi, ma è l'unica che mi appartiene.

sabato 14 ottobre 2017

Madre! (Darren Aronofsky, 2017)


Fatico a capire perché alcuni film vengano odiati con tanta veemenza e in modo così unanime. Invece di riflettere su quello che abbiamo visto, ci abbandoniamo alla stigmatizzazione, alla derisione, all'insulto. Invece di cercare di capire quali tasti va a toccare Aronofsky per suscitare una reazione così viscerale, preferiamo bollare l'intero progetto come una solenne porcheria o il delirio di onnipotenza di un regista che ha miseramente fallito per voler pisciare troppo lungo. Oppure, reazione altrettanto stupida, cogliamo al balzo l'occasione per andare contro corrente, dimostrando al "pubblico generalista" quanto siano squisiti i nostri gusti cinematografici: è l'opera di un puro genio, troverà un posto negli annali del cinema, ma è inutile che vi spieghi in che cosa consiste questa genialità perché tanto non capireste.

Diventa difficile, in un clima del genere, formarsi serenamente un'opinione senza farsi influenzare dal brusio di sottofondo. Probabilmente l'epicentro dell'odio che ha travolto Madre! si trova proprio nel luogo in cui è stato presentato al mondo per la prima volta, cioè in quel festival di Venezia dove ogni anno, come da tradizione consolidata, almeno un film viene accolto con fischi e sberleffi. A quel punto, mi sembra, il naufragio era già stato decretato. "O lo ami o lo odi" è il mantra che si ripete quando si ha a che fare con un film minimamente controverso. Ma davvero bisogna per forza gettarsi a capofitto nell'arena del giudizio facile, dove la censura tranchante e la lode sperticata poco hanno a che fare con l'opera, e molto con l'immagine che vogliamo dare al mondo di noi stessi?

Oltre a mettere a tacere il chiacchiericcio sensazionalistico conviene ignorare anche le interpretazioni fornite dallo stesso regista, di cui - mi dicono - a questa tornata è stato particolarmente prodigo. Quando un film possiede un'anima, i significati che rimanda trascendono le intenzioni del regista, e quando l'anima non c'è, beh, non è certo sezionandolo che potremo infondergli la vita. Definizioni come "allegoria biblica" o "viaggio nella psicologia di una mente paranoica" potranno forse rassicurarci nella nostra ansia di definizione, ma di certo conservano ben poco dell'oggetto che pretendono di descrivere. Di una cosa, però, possiamo stare sicuri, e cioè che quello di Aronofsky è un film indisciplinato, incontenibile, esagerato: il punto esclamativo è un chiaro avvertimento.

venerdì 29 settembre 2017

Schegge di memoria #2: Psycho (Alfred Hitchcock, 1960)


La mia prima visione di Psycho risale agli anni dell'università, quando, preda di una specie di ossessione compilativa, avevo stilato una lista di film che avrei dovuto assolutamente vedere per potermi considerare un buon cinefilo. La lista in questione derivava a sua volta dall'intersezione di almeno altri tre elenchi virtuosi, i Grandi Classici Del Cinema, i Film Più Strani Mai Realizzati e i Film Da Vedere Assolutamente Prima Di Morire (ma anche i Film Più Disturbanti Di Sempre devono aver avuto la loro parte). Negli anni seguenti, conquistato faticosamente il minimo sindacale di intelletto necessario per sbattermene sia delle liste che delle etichette (oggi davvero non saprei dire che cosa sia un cinefilo) mi resi conto non soltanto che il mio progetto era irrealizzabile per limiti di tempo connaturati alla durata della vita, ma soprattutto (e qui si manifestava tutta la follia di quel progetto) che di quei pochi film che mi ero autoinflitto, più per senso del dovere che per reale interesse, altro non restava nella memoria se non qualche fotogramma sbiadito. Di Psycho, nella fattispecie, che a buon diritto era finito nel mio elenco scellerato, non ricordavo nulla di più di ciò che con ogni probabilità ogni spettatore già conosce anche senza aver visto il film: il bianco e nero, l'assassinio nella doccia, lo sguardo folle di Norman Bates e poco altro. Insomma, ero riuscito nell'impresa di uccidere a sangue freddo la mia passione per il cinema trasformandola in una checklist.

Ma le conseguenze di questo approccio insulso non si limitavano a una semplice perdita di tempo. Concentrare la mia attenzione soltanto su "capolavori" e film "di rilievo" da una parte aveva ottenebrato le mie facoltà di giudizio, perché in qualche modo mi sembrava doveroso uniformarmi all'opinione condivisa di gente molto più preparata di me in materia, e dall'altra aveva appiattito l'esperienza della visione a una mera fruizione, perché ogni emozione era subordinata alla smania di conoscenza. Invece di reagire semplicemente alle immagini che mi passavano davanti, mi sforzavo, fotogramma dopo fotogramma, di riconoscerne la grandezza. A ciò si aggiungeva una crescente insofferenza verso i film che i più giudicavano mediocri (mi tenevo bene alla larga da titoli del tipo L'amore e altre catastrofi) o irrilevanti nel panorama cinematografico (perché sprecare energie per L'amore sospetto quando al mondo esisteva Chinatown?). Com'era prevedibile, con questo sistema persi ben presto quella scintilla che da sempre mi aveva portato al cinema.

Non mi ero inventato nulla: stilare liste era l'ossessione del nuovo millennio, e io c'ero cascato come un allocco. C'è voluto molto tempo prima che mi liberarassi da questa trappola mentale, e a volte, specialmente quando sta per essere distribuito qualche film "imprescindibile", complice anche l'hype mediatico che circonda ogni nuova uscita in sala, ci ricasco con la stessa idiozia di allora. Ma fortunatamente non è successo con Psycho, almeno non questa volta: la proiezione, parte di una rassegna del Massimo 3 torinese dedicata al periodo hollywoodiano di Alfred Hitchcock, mi ha dato l'occasione di riscoprire questo film con occhi nuovi e senza alcun timore reverenziale, un po' come se invece di una pietra miliare del cinema mondiale stessi guardando una puntata de La signora in Giallo. Di seguito qualche considerazione sparsa.

mercoledì 7 giugno 2017

Lunedì Nero: cortometraggi dal TOHorror Film Fest

Hausarrest.
Breve resoconto di una scorpacciata di cortometraggi horror al Blah Blah torinese, per il ciclo Lunedì Nero del TOHorror Film Fest.

Arresti domiciliari (Hausarrest, Matthias Sahli 2015, Svizzera, 14')

Max è agli arresti domiciliari. A sorvegliarlo c'è Percy, un braccialetto elettronico di ultima generazione saldamente legato alla caviglia, che oltre a monitorare i suoi spostamenti gli offre un'assistenza vocale insolitamente efficiente su qualsiasi problematica legata alla vita quotidiana. Max ha il mal di schiena? Nessun problema, Percy elabora una serie di esercizi per rafforzare i muscoli dorsali. I cani del vicino abbaiano di notte? Percy è in grado di emettere un ultrasuono che li mette ko. Presto però il protagonista si rende conto che Percy, come spesso accade con gli automi, non è dotato di un senso morale, e non esiste limite oltre il quale non si spingerebbe per accontentare il suo "padrone". Le conseguenze dello zelo di Percy qualificano Hausarrest come horror, ma la sua sollecitudine stolida, che riduce ogni umana operazione a improbabili algoritmi, fa sterzare drasticamente il film verso la commedia. Finalmente Max decide di liberarsi dell'invadente dispositivo; ma come un animale incatenato, dovrà rinunciare a qualcosa.

sabato 6 maggio 2017

Kynodontas (Yorgos Lanthimos 2009)


Se Alps e The lobster mi avevano affascinato senza conquistarmi, non ho saputo trovare nessun difetto in Kynodontas, secondo lungometraggio del regista greco Yorgos Lanthimos mai distribuito nelle sale italiane, che ho avuto la fortuna di vedere sul grande schermo grazie ai ragazzi del MYLF, un festival permanente ospitato nella sala 3 del cinema Massimo torinese. Lanthimos racconta una storia di alienazione e isolamento in forma di gigantesca metafora, sguazzando nel grottesco con la stessa disinvoltura con cui altri registi si muovono nel territorio del dramma o della commedia, trovando la giusta formula per guadagnarsi fin da subito la fiducia dello spettatore e condurlo per mano nel regno della follia.

L'insieme delle norme sociali con cui gli esseri umani si sforzano di affrancarsi dallo stato di natura deve apparire a Lanthimos come del tutto arbitrario e insensato, un tentativo patetico di arginare l'avanzata del caos. In effetti tutti e tre i film citati indagano in modi diversi il rapporto tra una società opprimente e quasi orwelliana nel suo essere rigidamente strutturata, e un individuo che più o meno consapevolmente ricerca la libertà all'interno di essa, non tanto per hollywoodiano eroismo quanto per effetto della congenita tendenza all'entropia che è propria di ogni sistema ordinato. Percorrendo la filmografia del regista a ritroso, troviamo lo stesso tema di fondo esplorato su scala diversa: una società che punisce severamente la monogamia (The lobster), una associazione segreta che impone ai suoi membri l'interpretazione di ruoli differenti con la clausola della non-intersezione (Alps) e infine una famiglia che vieta ai figli di esplorare il mondo che si estende al di fuori del recinto di casa (Kynodontas). Coerentemente con questa visione, la strategia con cui scrive i suoi film a quattro mani con lo sceneggiatore Efthimis Filippou sembra essere quella di un bambino che con geometrico rigore e infinita pazienza edifica un grandioso castello di carte, per poi sfilarne qualcuna alla base e godersi lo spettacolo della distruzione.

sabato 1 aprile 2017

La cura dal benessere (Gore Verbinski 2016)


Alla vigilia di un'importante fusione societaria il neo promosso manager Lockhart viene incaricato di recarsi presso un sanatorio sulle Alpi svizzere dove il signor Pembroke, l'amministratore delegato della società finanziaria per cui lavora, è ricoverato già da diverso tempo. Le condizioni di salute dell'anziano CEO non sono note, ma a giudicare da una lettera autografa ricevuta qualche giorno prima sembra aver smarrito il senno, cosa che desta viva preoccupazione nelle alte sfere dirigenziali dal momento che una sua assunzione di responsabilità in relazione a passate malversazioni sarebbe fondamentale per la buona riuscita dell'operazione. Durante la riunione del consiglio di amministrazione tuttavia Lockhart esprime qualche perplessità sull'opportunità di intraprendere un simile viaggio, vista la sua scarsa familiarità con il capo supremo, ma una dirigente particolarmente velenosa gli fornisce quella che in sceneggiatura viene chiamata motivazione: «Signor Lockhart, si è mai ritrovato un bastone nero di trenta centimetri su per il culo? PRIGIONE, mio caro!» L'argomentazione è ineccepibile e Lockhart zompa prima di subito sul primo aereo per la Svizzera.

Molti pregi e difetti de La cura dal benessere sono già contenuti in questa scena iniziale. La riunione si svolge ai piani alti di un grattacielo di New York, ma non è la New York che conosciamo, formicolante di vita e di colori, sembra piuttosto un conglomerato irriconoscibile di vetro e cemento immerso in un'atmosfera plumbea, dove gli unici segnali di vita sono i neon spettrali che illuminano gli uffici semideserti. Le inquadrature, mai banali e spesso portatrici di significato, non fanno che accrescere il senso di inquietudine, rimarcando l'estraneità dell'uomo rispetto a una trappola architettonica di cui egli stesso è artefice. Ritroviamo la stessa cura compositiva e lo stesso gusto per l'astrazione nella parte ambientata in Svizzera, dove le scene memorabili non si contano: il talento visionario di Verbinski ci regala lo spettacolo incredibile del massiccio alpino che si specchia sulla superficie lucente di un treno in corsa, per poi portarci lungo tornanti mozzafiato costeggiati da alberi sempreverdi, su fino al maestoso sanatorio che domina la vallata. L'inquietudine non fa che aumentare quando la macchina da presa penetra nei meandri del sinistro edificio, affidando alla superficie convessa dell'occhio di un cervo imbalsamato il compito di prefigurare l'orrore che verrà. Sono immagini evocative e bellissime che già da sole giustificano una visione.

sabato 25 marzo 2017

Lake Mungo (Joel Anderson 2008)


Lake Mungo parte come un documentario su un tragico evento di cronaca, l'annegamento di una ragazza durante un picnic al lago con la famiglia, per poi prendere direzioni del tutto imprevedibili. Quando crediamo di sapere dove sta andando a parare, quando finalmente ci siamo accomodati in poltrona convinti di averlo inquadrato in un genere ben definito, è lì che ci frega, entrando sottopelle senza che ce ne accorgiamo. Oltre ad essere uno degli horror più efficaci e originali che abbia visto da molto tempo a questa parte e un esempio eccellente di come si possa ottenere il massimo shock con il minimo budget, è anche una riflessione inaspettatamente toccante sul mistero che ogni persona prematuramente scomparsa lascia dietro di sé, e sui salti di fede che siamo o non siamo disposti a compiere pur di stabilire un dialogo che travalichi i confini della morte, la "macchina più stupida che c'è".

Alice scompare una sera del dicembre 2005 durante un picnic con i genitori e il fratello nei dintorni della sonnolenta cittadina australiana di Ararat. L'asciugamano abbandonato sulla spiaggia lascia supporre che abbia incontrato la morte durante il suo ultimo bagno nel lago adiacente, ma le circostanze dell'incidente rimangono poco chiare. La ricostruzione di quella tragica notte è affidata alle testimonianze dirette dei familiari e ai video girati dalla polizia al momento del ritrovamento del corpo, illividito e gonfio per la lunga permanenza in acqua. I genitori rievocano i particolari più insignificanti e strazianti di tutta la vicenda, come la luce della veranda che ancora oggi lasciano accesa nella speranza che Alice faccia un impossibile ritorno a casa, o il disagio della madre nel constatare che delle tre generazioni che compongono la famiglia (figlia, madre, nonna) la morte ha deciso di portarsi via la più giovane, in un sovvertimento totale dell'ordine naturale delle cose*.

venerdì 10 febbraio 2017

Lavender (Ed Gass-Donnelly 2016)


Lavender è convinto di essere il primo horror nella storia del cinema. Di conseguenza si premura di spiegarci ogni cosa più e più volte, sottolineando ogni ovvio simbolismo e annunciando con grandi fanfare sviluppi che noi spettatori avevamo previsto ben prima che lo sceneggiatore li mettesse su carta. In effetti non è un grande spasso.

Nel 1985, in una casa immersa nei campi di granoturco da qualche parte in Canada, una famiglia viene sterminata. L'unica superstite è la piccola Jane, di circa otto anni, che viene ritrovata con in mano un rasoio insanguinato accanto ai corpi martoriati dei genitori e della sorella Suzie.

Balzo nel 2010, Jane vive in città con il marito e la figlia. Non ricorda nulla della sua infanzia né del massacro che l'ha resa orfana, e neppure è interessata a indagare. L'unico legame con il passato consiste in una fascinazione ossessiva per le vecchie case abbandonate, davanti alle quali cade occasionalmente in una specie di trance, specialmente se in zona ci sono dei campi di granoturco, guarda un po'.

Sicuramente Jane continuerà a vivere nell'oblio come ha fatto negli ultimi 25 anni, non c'è motivo di credere il contrario... e invece no, comincia a ricevere dei regali anonimi che la riportano con la memoria alla tragedia della sua infanzia: una pallina rossa, delle pedine da jacks, delle piccole chiavi, una foto dell'ottobre 1985 che la ritrae con la sua famiglia. Probabilmente tra questi disinteressati omaggi e quella tragedia non c'è alcuna relazione, ma ad ogni buon conto conviene tenere gli occhi aperti.